Il piacere di collezionare Netsuke: piccoli tesori, grandi storie

Netsuke: piccoli tesori, grandi storie

Una riflessione personale sull’arte, la bellezza e il piacere di collezionare netsuke.

C’è qualcosa nei netsuke che mi ha sempre affascinato. Forse sono le loro dimensioni, la delicatezza dei dettagli o quella capacità quasi inspiegabile di esprimere così tanto attraverso qualcosa di così piccolo.

A volte penso che collezionare netsuke sia un po’ come tornare bambini.

Da bambini siamo attratti dalle piccole figure e dagli oggetti minuti che possiamo tenere tra le mani, osservare da ogni angolazione e trasformare nei protagonisti delle nostre storie. Ci piace raccoglierli, scoprirne di nuovi e trovare quel pezzo che, per qualche motivo, ci sembra più speciale di tutti gli altri.

Non credo che quella fascinazione ci abbandoni davvero. Cresciamo, i nostri gusti si evolvono e iniziamo a riconoscere che alcune di quelle piccole figure possono essere straordinarie opere d’arte.

È questo che ritrovo nei netsuke.

Un mondo nel palmo della mano

Il piacere di collezionare Netsuke: piccoli tesori, grandi storie 2

Ho sempre ammirato l’abilità necessaria per trasformare un piccolo pezzo di legno, avorio, corno di cervo o altro materiale in una scultura piena di vita.

Alcuni netsuke misurano appena pochi centimetri eppure trasmettono una straordinaria sensazione di espressione e movimento. A questa scala, anche il più piccolo dettaglio conta.

Un animale sembra sul punto di muoversi. Il volto di un anziano suggerisce una vita intera di esperienze. Una figura mitologica mostra un’espressione così particolare che quasi si riesce a immaginare cosa stia pensando.

Tutto questo viene modellato a mano con pazienza, osservazione attenta e straordinaria abilità.

Mi piace immaginare l’intagliatore al lavoro, impegnato per ore — forse giorni — su un pezzo che alla fine sarebbe entrato nel palmo di una mano. Penso alle decisioni da prendere: quali dettagli enfatizzare, dove scavare più a fondo e cosa lasciare alla nostra immaginazione.

Una buona scultura va oltre la riproduzione accurata di una figura. Le dà una personalità. In qualche modo, l’oggetto comincia a sembrare dotato di una vita propria.

Le storie dietro le figure

Una delle cose che amo di più del collezionare netsuke è che non si smette mai di imparare.

Una figura può essere legata a una storia, una leggenda, una credenza religiosa o a un momento della vita quotidiana del Giappone del passato.

Alcune raffigurano divinità o personaggi del folklore giapponese. Altre mostrano animali con associazioni simboliche, scene tratte dalla letteratura, mestieri tradizionali o usanze che oggi ci sembrano molto lontane dalla nostra vita.

A volte scelgo un pezzo semplicemente perché amo il modo in cui è scolpito o la sua espressione. Solo più tardi, approfondendo il soggetto, scopro una storia che non conoscevo affatto.

È uno dei piaceri silenziosi del collezionismo: una piccola scultura può condurci attraverso secoli di cultura e storia.

Più tempo trascorro con i netsuke, più cose riesco a vedere in loro. Accanto alla loro bellezza emergono frammenti di ciò in cui le persone credevano, di ciò che temevano, di come vivevano e di ciò che le faceva ridere.

L’umorismo che riesce ancora a farci sorridere

L’umorismo degli intagliatori è qualcosa che trovo particolarmente affascinante e umano.

Quando pensiamo all’arte storica giapponese, spesso pensiamo a spiritualità, disciplina e straordinaria maestria artigianale. I netsuke rivelano anche un lato giocoso e meravigliosamente umano.

Ci sono figure che fanno smorfie, animali che si comportano come persone, espressioni esagerate, situazioni assurde e scene dallo spirito decisamente irriverente.

Alcuni pezzi sembrano creati semplicemente per strappare un sorriso.

Mi piace pensare che un intagliatore si sia divertito a immaginare una scena duecento anni fa — e che oggi, dall’altra parte del mondo, qualcuno possa tenerla tra le mani e ridere della stessa battuta.

C’è qualcosa di meraviglioso in questo legame.

Attraverso la distanza del tempo e dello spazio riconosciamo una malizia che ci è familiare. Le persone di allora, proprio come noi oggi, trovavano piacere nei piccoli assurdi della vita.

Una minuscola scultura può far sembrare sorprendentemente vicina questa umanità condivisa.

Il piacere di guardare e trovare

Per me, gran parte del piacere di collezionare netsuke sta nella ricerca.

Entrare in piccole botteghe di antiquariato in Giappone. Girare per i mercati. Parlare con i commercianti. Osservare attentamente decine di pezzi finché, all’improvviso, uno mi fa fermare.

A volte è un’opera eccezionale. Altre volte è una figura molto più semplice con qualcosa che faccio fatica a spiegare: un’espressione, una composizione, una certa personalità.

Poi arriva quella sensazione che ogni collezionista riconoscerà:

C’è qualcosa di speciale in questo pezzo.

Il pezzo più antico, il più costoso o quello firmato dall’artista più famoso non sarà sempre quello che resterà più a lungo con me. Qualità e autenticità contano moltissimo, naturalmente. Conta altrettanto il legame personale che proviamo con una determinata opera.

Ho visto sculture tecnicamente magnifiche che mi hanno lasciato quasi indifferente. E ho anche trascorso diversi minuti a osservare pezzi molto più modesti perché qualcosa in loro riusciva a catturare la mia attenzione.

È parte di ciò che rende il collezionismo così personale. Ognuno di noi sviluppa un modo particolare di guardare, plasmato dai propri gusti, dalle proprie esperienze e dalla curiosità.

E più impariamo, più quel modo di guardare cambia.

Un po’ della meraviglia che provavamo da bambini

Forse è per questo che i netsuke continuano a ricordarmi la fascinazione che da bambini provavamo per le piccole figure.

Da bambini collezionavamo per il semplice piacere di scoprire, immaginare e raccogliere piccoli tesori.

Da adulti possiamo aggiungere altri interessi a quel piacere. Impariamo la storia, la scultura, i materiali, le tradizioni artistiche e il lavoro dei singoli intagliatori. Studiamo le firme, confrontiamo gli stili e trascorriamo anni cercando di comprendere il carattere di un determinato periodo.

Eppure, sotto tutta questa conoscenza, credo che la sensazione rimanga quasi la stessa.

La gioia di trovare qualcosa di inaspettato. La curiosità di capire cosa rappresenti. Il piacere di tenerlo in mano, girarlo e notare un dettaglio che ci era sfuggito la prima volta.

E, alla fine, la soddisfazione di aggiungerlo a una collezione che lentamente comincia a raccontare una storia propria.

Una collezione ci racconta qualcosa degli artisti che hanno creato i suoi pezzi. Ma rivela anche qualcosa della persona che li ha scelti.

I suoi gusti. I suoi viaggi. Le sue scoperte. Le conversazioni e i piccoli momenti che hanno accompagnato ogni acquisto.

Con il tempo, anche quei ricordi diventano parte di ciò che custodiamo con più affetto.

Perché i Netsuke continuano ad affascinarmi

Dopo tanti anni dedicati all’arte giapponese, i netsuke continuano a essere per me una fonte inesauribile di curiosità.

Ammiro la loro bellezza, la loro varietà e l’abilità dei loro creatori. Amo anche la loro intimità: il modo in cui un oggetto così piccolo ci invita ad avvicinarci e a prestare attenzione.

Anche dopo aver visto migliaia di esemplari, posso ancora imbattermi in un pezzo capace di sorprendermi.

C’è qualcosa di profondamente emozionante nel tenere tra le mani una piccola scultura realizzata da qualcuno secoli fa e scoprire che può ancora insegnarci qualcosa, suscitare un’emozione o farci sorridere.

Forse è proprio questo, per me, il vero fascino dei netsuke.

Piccole opere d’arte che stanno in una mano e che, eppure, racchiudono un mondo intero.

Eric
Supein Nihonto

Eric

Eric Majó

CEO di SupeinNihonto, commerciante e collezionista di arte e armi giapponesi antiche di Canillo, Andorra.

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